Una società giusta ed equa
Questo è un blog di lettura, di poesia e di arte. Qui verranno pubblicate quotidianamente poesie contemporanee, scritti articoli di attualità e riflessioni sulla vita in generale.
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mercoledì 29 febbraio 2012
lunedì 20 febbraio 2012
Marco Feliciani
Brevi racconti
Dieci racconti brevi
Il tassista e il fascista
Sono le cinque del mattino.
Dopo essersi svegliato, Manuel si prepara per andare al lavoro.
E’ un tassista.
La vettura di lavoro è una golf del 2001; ci tiene molto a quella macchina perché l’ha pagata con i soldi che ha guadagnato dal suo vecchio lavoro di idraulico, che ha svolto per ben 10 anni.
Ora ne ha quarantacinque e si è rimesso in gioco.
Completamente.
La sua giornata di lavoro comincia alle 7.30.
Deve arrivare fino all’aeroporto di Fiumicino e aspettare i primi clienti quindi riportarli in città.
Lavora circa otto ore al giorno ma è contento, non gli pesa affatto.
Ha voluto a tutti i costi cambiare vita e ci è riuscito.
Otto ore al giorno sono molte, soprattutto se trascorse seduto a guidare una macchina nel pieno del traffico cittadino.
Per molti è uno stress, mentre per quelli come Manuel no; costoro la vedono come una liberazione.
Questo perchè Manuel è attratto moltissimo da tutte le persone che entrano nel suo taxi.
Da Fiumicino al centro di Roma ci sono quasi trenta kilometri quindi circa quaranta minuti di viaggio, il tempo necessario per poter intavolare discorsi interessanti con i propri clienti.
Pochi giorni fa, Manuel ricorda di aver accompagnato un cliente dall’aeroporto a piazza San Giovanni.
Sembrava una corsa come tante altre, ma c’era qualcosa di strano in quel giovane cliente. Manuel non riusciva a capire il messaggio che voleva lanciare questa persona attraverso i suoi occhi.
Più passava il tempo, più il ragazzo lo infastidiva.
Poi dallo specchietto retrovisore, Manuel scorse una spilla attaccata alla maglietta del giovane, sulla quale c’era scritto:
“Un uomo ha vinto, un popolo solo ha vinto”, e in più un disegno di una croce celtica nella parte bassa della spilla.
A quel punto era chiaro cosa lo infastidisse.
Capì che stava trasportando una persona con idee completamente diverse dalle sue.
Non gli dava fastidio che il giovane avesse delle opinioni politiche differenti, ma il fatto che quest'ultimo le esternasse con simboli assai provocatori.
Piazza San Giovanni era ancora distante, allora Manuel ne approfittò per fare qualche domanda al suo cliente per cercare di capire un po’ un punto di vista decisamente opposto al suo.
Ne sentiva un bisogno insistente.
Dopo qualche momento d'indecisione, gli chiese perché portava quella spilla.
Il giovane si sentì quasi imbarazzato; non sapeva cosa dire ma non perché non sapesse rispondere.
Semplicemente era stato preso alla sprovvista.
Si limitò a dire che quel simbolo rappresentava tutto quello in cui credeva.
Senza farsi troppi problemi, Manuel lo invitò a proseguire nel discorso.
- Credo nella razza superiore e nella lotta contro gli extracomunitari.
- Ma solo per questo porti quella spilla?
Incalzò Manuel.
- Si.
- Mi sembra un po’ poco però...
A quel punto il giovane s'irritò e con voce tesa e risoluta disse:
- Ma il tuo lavoro è guidare oppure sapere tutto della mia vita?
- No scusa, hai ragione.
Replicò Manuel con tono di voce bassa.
Ma dopo qualche attimo di silenzio il tassista riprese il discorso.
- E’ corretto che tu creda in qualcosa; ai giorni nostri molti ragazzi non hanno nessun ideale in cui credere e sono contento quando sento queste cose. Mi dispiace soltanto di aver capito che tu sei fascista, sbaglio?
- Io sono "Il fascista!!!"
Rispose orgoglioso il giovane.
- Ma sei fiero di esserlo?
Domandò un po’ perplesso Manuel.
- Moltissimo.
Replicò il giovane; a quel punto un po’ spazientito Manuel sentì in cuor suo di far sapere al suo giovane cliente come la pensasse lui.
- Sai quello che ha subito mio padre grazie ai tuoi camerati? Il sangue che ha dovuto versare per loro? Non credo tu possa saperlo; al massimo avrai ventidue anni e sei un "figlio di papà" cresciuto magari ai Parioli con la colf in casa; sono pronto a giurare che solo per moda porti quella dannata spilla.
A quelle parole il ragazzo si alterò davvero non poco.
– Ma come ti permetti? Ecco come vi comportate voi comunisti, sempre pronti a offendere chi non la pensa come voi. Sei un poveraccio! Ora lasciami qua, ti pago e me ne vado! Non voglio certo continuare il viaggio con un comunista come te!!!
- Ormai manca poco a destinazione.
Replicò Manuel, ma il cliente non volle sentire ragioni.
- Non importa, voglio scendere! Quanto ti devo pagare?
- Se scendi qui sono venticinque euro.
- Sì sì scendo qui.
Proferì il giovane.
Manuel quindi fece scendere il ragazzo, sentendosi quasi in colpa per non essere riuscito a trattenersi.
Era consapevole di avere esagerato.
E non poco.
Quando stava per chiedergli scusa, il cliente di pensiero opposto al suo, che si definiva un "onestissimo lavoratore", chiuse con forza la portiera della macchina e fuggì via tra i vicoli di Porta Portese, senza pagare il povero tassista comunista.
Manuel rimase a bocca aperta, senza dire parole.
Fregato da un "onesto insaziabile lavoratore fascista"
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L’elettore
Marzo.
In Italia si vota per le elezioni regionali.
Come al solito nelle piazze c’è il fermento tipico del giorno precedente la votazione.
Tutti parlano dei vari politici che si contenderanno la vittoria.
Nel Bar Grisolfo di Magenta, un piccolo paese della provincia di Milano, Vittorio come d’abitudine è seduto al tavolo con i suoi amici.
Naturalmente i discorsi sono tutti incentrati sul grande evento.
Con Vittorio sono seduti il suo migliore amico Pier Francesco, compagno di partito della sezione di Rifondazione Comunista di Magenta e altri due amici politicamente appartenenti alla Lega Nord.
I loro nomi sono Luigi e Bartolomeo.
Leghisti convinti da sempre, sostenitori della Padania libera dal 1991, anno di nascita del partito.
Credono nella scissione dal paese in una maniera cosi possente che fa rabbrividire la mente e sono persuasi che questo prima o poi accadrà.
Come tutti i leghisti sono stufi di vivere comandati dalla Capitale.
Vittorio e Pier Francesco naturalmente non la pensano allo stesso modo; essendo comunisti credono nei diritti dei lavoratori, nella difesa a oltranza degli operai, nell’uguaglianza, nel diritto di lavorare senza il problema di avere un contratto a termine, senza il pensiero di un’eventuale cassa integrazione e ovviamente sono contro lo sfruttamento della mano d’opera.
Ideali dettati da un grande spirito di saggezza.
Serpeggia in giro molta confusione a causa di queste elezioni.
I quattro amici seduti al bar discutono sulla questione, entrando con convinzione e talvolta con arroganza politica nel contesto. Luigi e Bartolomeo fanno notare a Vittorio e Pier Francesco che i mali del paese provengono dall’incapacità della Sinistra, che a giudizio dei due leghisti dovrebbe farsi da parte e accettare la sconfitta una volta per tutte.
Vittorio e Pier Francesco invece ricordano ai due Leghisti che le elezioni non si sono ancora svolte, quindi di non cantare vittoria troppo presto, anche perché poi ci si può creare delle false illusioni e quindi rimanerci molto male nel caso poi i risultati non siano quelli sperati.
I due Comunisti fanno osservare anche che il razzismo della destra in questi ultimi anni sta dilagando in maniera esponenziale.
Un’ Italia che invece di guardare avanti, sta tornando indietro, ai tempi tristi del Duce.
I leghisti replicano che invece la questione del razzismo è finta e che nessun leghista è un razzista.
I quattro amici passano tutto il giorno a discutere,
una totale celebrazione della politica e dei suoi protagonisti.
Intanto arrivano le sette di sera e i quattro uomini devono fare ritorno a casa dove le mogli hanno preparato loro la cena, che li terrà buoni e calmi per tutta la notte.
I quattro si congedano dalla piazza principale del paese, quindi ognuno prende la strada verso la propria abitazione, quando succede qualche cosa d’inaspettato.
Mentre Vittorio sta imboccando via degli Strulzi, appena dopo qualche metro la polvere che giace sulla strada al suo passaggio si anima e inspiegabilmente se lo porta via.
Un puntino alto nel cielo color rosso, l’unico ricordo che resta di Vittorio. Luigi, che abita dall’altra parte del fiume, per raggiungere casa sua deve attraversare il famoso ponte di Magenta, dove ci fu la sanguinosa battaglia che vide di fronte l’armata Austro Ungarica contro quella dei Piemontesi.
Mentre attraversa il ponte, ode delle voci, non riuscendo tuttavia a comprendere di cosa si tratti, pensa alle solite burle dei ragazzini del posto, ma dopo qualche metro si accorge che non è cosi.
All’improvviso sente accendersi la miccia di un cannone e subito dopo un boato tremendo.
L’uomo si spaventa parecchio ma non capisce se sta sognando o è tutto vero.
Si accuccia per terra e cerca di non muovere neanche un dito.
Comincia a sentire anche degli spari di fucile e in contemporanea urla di persone; non ci vuole credere, i fantasmi morti in quella battaglia si stanno facendo sentire proprio con lui.
“Impossibile!”
Continua a ripetersi.
Quando una mano emerge dal fiume e afferra per il collo Luigi trascinandolo nelle acque del Naviglio.
Nessuno vede cos’era successo, nessun testimone.
Dell’uomo non si saprà più nulla, nemmeno se quella mano cosi possente fosse di un Austriaco o di un Piemontese in cerca di vendetta.
Il giorno seguente Pier Francesco e Bartolomeo aspettano con ansia davanti al seggio elettorale i loro amici.
Passano i minuti ma nessuno dei due Comunisti si fa vedere.
I due uomini non sanno cosa fare; se entrare e votare o aspettare ancora un po’.
In quel giorno Pier Francesco e Bartolomeo aspettano tanto, ma dei loro amici ovviamente nessuna traccia.
Il voto è nullo.
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Il viaggio
Giovanni era intento a prepararsi.
In grande fretta.
Era il giorno in cui sarebbe partito per un grande viaggio.
Era atteso da più di mille kilometri per arrivare in Olanda.
Partenza da Roma, da solo, senza nessuno.
Scelse di fare questo viaggio in completa solitudine dopo essersi lasciato con Lucia, a causa dei continui tradimenti.
Caricò la macchina il giorno prima, portando con sé solo una valigia.
Non sapeva di preciso quante ore ci avrebbe messo, ma non gli importava; si sentiva contento e questo gli bastava.
Per qualche giorno voleva solo dimenticare, divertirsi e fare esperienze indimenticabili.
Prima tappa Bologna, una bellissima città davvero, dove Giovanni rimase a dormire una notte non avendo intenzione di perdere troppo tempo vista la lunghezza del viaggio.
Arrivò nel capoluogo emiliano nel primo pomeriggio, lasciò le valigie nella piccola pensione che aveva trovato disponibile e chiese al portiere dove fosse la celeberrima piazza Maggiore.
Prima di tutto però avvertì il bisogno di mangiare qualcosa, quindi si fermò in una vecchia trattoria tipica bolognese.
L’ambiente era rustico ma allo stesso tempo raffinato.
Ordinò il piatto tipico del posto, le lasagne alla bolognese.
Giovanni era molto affamato al punto che in breve tempo la ricca pietanza venne divorata, quindi poco dopo chiese al cameriere il conto.
Corrispose alla cifra richiesta e si avviò per le vie della città.
Il giovane romano aveva l’ansia di vedere piazza Maggiore, arrivando addirittura a pensare di morire se non potesse vederla.
Qualche cosa di grande lo legava a quella piazza.
Prese un autobus e in pochi minuti vi giunse.
Nei suoi occhi era evidente la sua grande emozione; le pupille brillavano come brilla il mare di notte e una lacrima scesa dal viso in quel preciso momento fece ricordare a Giovanni quando baciò per la prima volta Lucia.
Scelse di non rimanere molto, solo il tempo necessario per ricordare alcuni momenti di gioia passati con la sua ex fidanzata.
Vinto dai ricordi optò per ripartire subito; si recò in albergo a disdire la prenotazione della stanza e riprese il viaggio.
Dopo un centinaio di kilometri nel bel mezzo della pianura padana Giovanni incrociò un motel.
Nonostante la scorpacciata di lasagne a Bologna, avvertì il bisogno di mangiare ma soprattutto di riposare.
Giovanni arrivò in una località chiamata Fornovo di Taro, poco distante da Parma e famosa per l’ottima produzione di funghi.
Il motel dove sostò il giovane si chiamava “Oleandro” che all’apparenza sembrava anche molto accogliente, e Giovanni sperò di mangiare bene.
Dopo il disagio che aveva provato nel rivivere quelle forti emozioni in piazza Maggiore a Bologna, ora voleva solo rilassarsi.
Gli venne proposto di consumare le rane cucinate secondo la ricetta locale ma Giovanni non era molto convinto, tuttavia in qualche misterioso modo il cameriere lo convinse a prenderne almeno una porzione.
Quando gli portarono questi anfibi cotti e stracotti, Giovanni non riuscì a trattenersi e venne colto da malore.
Si ritirò in camera e, benché fosse a stomaco vuoto, si addormentò in pochi minuti.
L’indomani Giovanni si risvegliò con i movimenti gastrici tipici da digiuno, quindi si vestì molto velocemente e corse a fare colazione.
Essendo affamato come non mai, mangiò un po’ di tutto; ordinò due cappuccini, tre tartine di marmellata e persino un panino con il prosciutto crudo di Parma. L’abbuffata mattutina sortì il suo effetto e poco dopo Giovanni iniziò a sentirsi decisamente meglio e pronto a ripartire per la prossima tappa.
Ancora qualche centinaio di kilometri e sarebbe arrivato a Milano.
Alle tredici in punto, mise piede nella capitale della moda.
Anche nel capoluogo lombardo decise di non sostare molto, forse nemmeno a dormire.
C’è una via milanese che a Giovanni è molto cara.
Via Pellegrino Rossi, zona nord di Milano che inizia nel quartiere Dergano e finisce in quello denominato Affori.
Giovanni si sentiva legato a quella via a causa di un episodio accaduto circa due anni prima.
Il giovane e l’allora fidanzata Lucia si erano perduti; si trovavano a Milano per trovare un loro caro amico.
Ovviamente non conoscevano la città, in quanto non ci erano mai stati.
Girando un po’ a vanvera trovarono però un posto dove qualcosa fece dimenticare loro l’amico che abitava a Milano.
In via Pellegrino Rossi c’era un locale che si chiamava Cleopatra, un centro massaggi di gran lusso.
Incuriositi decisero di provare qualche prestazione dell’attività dedicata al benessere e dopo tre ore di vari trattamenti sembravano due angeli caduti dal cielo e smarriti nel caos della città.
Talmente erano stati bene dopo massaggi e saune che non si sentivano più adatti per tornare alla normalità.
Giovanni voleva rivivere in quel posto quei momenti, in completa solitudine.
Passò più di due ore nel centro, ma una volta fuori non fu in grado di percepire più quel benessere fisico e mentale che lo aveva avvolto la prima volta. Addirittura arrivò a sentirsi privo di ogni emozione.
Preferì ripartire subito per provare a dimenticare.
Arrivò in serata a Basilea dopo cinque ore di viaggio, a sera inoltrata.
Sostò presso un ristorantino vicino al centro della città.
Consumò la cena molto nervosamente perché si sentiva ancora disturbato da quello che gli era accaduto a Milano.
Chiese al cameriere l’indirizzo di una piccola pensione dove passare la notte. L’uomo gli consigliò la pensione “Hans”, che si trovava non molto lontano dalla tavola calda.
Giovanni lasciò la macchina nel parcheggio riservato ai clienti del ristorante e si incamminò verso la pensione.
Sulla via principale incrociò un gruppetto di prostitute, e venne aggredito dalla tentazione di passare qualche ora di sesso con una di loro ma voleva assolutamente frenarla.
Saranno state sicuramente ragazze straniere, forse dell’est pensò Giovanni; poi sentendole parlare il giovane romano si tolse ogni dubbio.
Per ironia della sorte una di queste fisicamente gli ricordava molto Lucia.
I lunghi capelli castani che incorniciavano il delizioso viso della ragazza, gli occhi azzurri, la statura non molto alta e la corporatura nemmeno molto magra, tutti questi dettagli corporali gli facevano ricordare prepotentemente Lucia.
Che fare?
Lanciarsi all’avventura o cancellare per sempre questa pulsione?
Giovanni si sentiva in trappola.
Questo passeggiare nervoso incuriosiva le lucciole e allo stesso tempo le preoccupava.
Così alcune di loro presero vie secondarie e sparirono inghiottite dal buio della notte, mentre altre rimanevano in attesa.
Neanche a farlo apposta si fece avanti proprio la ragazza in carne che assomigliava alla sua ex.
La prima cosa che chiese a Giovanni fu la provenienza.
- Sei Italiano?
Il giovane imbarazzato rispose in modo affermativo.
Quindi la giovane donna di strada riprese incalzante e in modo assolutamente disinibito.
- Vuoi divertirti un po’ con me?
Sicuramente in passato deve aver vissuto in Italia perché parla la nostra lingua in maniera impeccabile, pensò tra se Giovanni, quindi rispose:
- No, adesso non ne ho voglia, magari più tardi.
- Beh, non so se mi ritroverai..
Rispose la ragazza un po’ infastidita, quindi si voltò e sparì nel cosmo notturno che la circondava.
Giovanni rimase impietrito.
Avrebbe voluto sbattere la testa contro un muro o comunque su qualcosa di molto duro.
Giovanni pensò di aver fatto una brutta figura.
Rimaneva il fatto che era una prostituta e non si sarebbe mai abbassato a certe attività.
Il pensiero della bellezza della ragazza turbava profondamente Giovanni.
“Devo bere!!”
Pensò Giovanni che aveva un gran bisogno di schiarirsi le idee e ritenne che l’unica soluzione era bere qualche cosa di forte.
Si recò in un bar poco distante dalla zona delle prostitute e si mise seduto al tavolo aspettando con ansia il cameriere che venisse a prendere la sua ordinazione.
Erano le undici e Giovanni sarebbe dovuto andare a dormire.
Ma c’era qualche cosa che lo tratteneva e non riusciva a portarlo via da lì.
Finalmente arrivò il cameriere e Giovanni ordinò una birra alla spina grande e due scotch con ghiaccio.
Dopo essersi scolato tutta quell’ingente quantità d’alcool, mezzo ubriaco fece ritorno dalla ragazza che però non c’era più.
“Sicuramente sarà andata con un altro cliente”.
Giovanni era accecato dalla gelosia e si comportava come se la prostituta fosse la sua ragazza.
Avrebbe voluto spaccare la faccia a quel perdente che gli aveva fregato il suo amore.
Aspettò un’ora seduto sul marciapiede senza parlare e guardare in faccia nessuno, nemmeno le altre prostitute che gli si avvicinavano per offrire il proprio corpo a pagamento.
Ma Giovanni voleva solo il suo tesoro.
Per effetto dell’alcool, si addormentò accovacciato su se stesso con la bava della sbornia che gli grondava dal labbro.
La prostituta preferita, una volta tornata, vide il giovane ridotto piuttosto male e, quasi con fare materno, gli si avvicinò.
- Stai bene? Tu sei quello di prima? Devo chiamare qualcuno?
Giovanni aprì malapena gli occhi e gli sembrò di ritornare indietro nel tempo quando veniva svegliato da Lucia nel loro letto.
Soltanto che quel marciapiede duro e anche un po’ puzzolente di urina non era esattamente la stessa cosa e la ragazza che in quel momento si stava prendendo cura di lui non era Lucia, ma una seducente formosa puttana.
- No no no! Non ho bisogno di niente, grazie comunque.
- Allora ti sei deciso a venire con me? Io non prendo molto, con trenta franchi te la cavi.
- Mi dispiace, ma non voglio, Lucia.
- Lucia? Chi è Lucia, io non sono Lucia. Mi chiamo Margaret.
- Scusami, sono un po’ messo male.
- Ora devo andare, mi dispiace Margaret, sarà per una prossima volta se mai ci sarà. Comunque tieni, sono trenta franchi.
Un po’ sorpresa la ragazza replicò.
- Ma non abbiamo fatto niente?
Giovanni sorrise dolcemente.
- Sono per il tempo che ti ho fatto perdere. Un'altra cosa, cerca di cambiare vita, non ti si addice quella della puttana.
Il giovane frastornato dall’esperienza appena vissuta e dall’alcool, riprese la strada della pensione, maledicendo il giorno che gli era venuto in mente di fare quel viaggio.
La mattina seguente riprese il tragitto e dopo alcune ore raggiunse la capitale del Belgio Bruxelles, dove si fermò una notte a dormire.
Poi finalmente dopo altre tre ore di viaggio arrivò in Olanda.
Precisamente ad Amsterdam.
Questa città per Giovanni e Lucia si era rivelata maledetta.
Nella capitale olandese cominciarono i tradimenti e qui cominciò la solitudine di Giovanni, quella di un uomo distrutto.
Arrivato nel tempio del sesso, nel luogo dove i ricordi più brutti riaffiorarono inesorabili, il giovane romano si tolse la vita ripensando a quello che per sua colpa aveva perso per sempre.
Il corpo di Giovanni giaceva in uno dei tanti canali della città ma nessuno mai più lo ritrovò.
Nonostante la morte il suo spirito rimase sempre vicino al cuore di Lucia.
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Cambiare vita
Amedeo aveva cinquant’anni.
Da quando ne aveva venticinque lavorava presso l’ufficio postale del suo paese.
Ha passato metà della sua vita a gestire le pensioni e i pagamenti delle bollette dei clienti.
Aveva pochi amici, usciva poco di casa e per questo i suoi compaesani gli avevano assegnato il poco simpatico titolo di “burbero solitario”.
Quando finiva di lavorare si recava al bar della piazza principale del paese a bere un quartino di vino rosso; la gente non lo salutava, gli passava vicino ma lo ignorava del tutto.
La più cupa solitudine stava segnando la vita di quest’uomo.
Una cosa però riusciva a tenerlo vivo; alla sera quando i grilli cantavano e i pipistrelli volavano intorno ai lampioni per cercare qualche insetto da divorare, Amedeo iniziava a scrivere.
Seduto al suo tavolo di legno, vecchio almeno ottant’anni, Amedeo scriveva delle storie dall’incredibile indole romantica davvero molto belle.
I suoi racconti parlavano di amori fuggenti, di amori che si ritrovano, di amori che muoiono, di amori che vivono, senza mai affrontare il lato sessuale delle coppie.
Qualche cosa sembrava bloccare la sua mano quando doveva affrontare quell’ argomento.
Era davvero straordinario l’impegno che metteva nel raccontare le sue pulsioni romantiche, cose d’altri tempi.
Nessuno al di fuori di quelle quattro mura era al corrente che Amedeo fosse un romanziere.
Nonostante tutto l’uomo non era contento della sua vita.
Allora cominciò a farsi delle domande, che poi sono più o meno quelle che ogni persona dedita alla scrittura si pone.
Perché tenere nascosta questa sua dote?
Perché non cercare un editore e presentargli i suoi manoscritti?
Le risposte erano semplici.
Antonio aveva paura!
L’eventualità di cambiare stile di vita, il non essere pronto all’imprevisto. Abituato com’era a condurre una vita nascosta, oppressa dai timori e dalla vergogna, questo lo fece rinunciare del tutto a fare il grande passo.
In una fredda mattinata di inverno, ecco una svolta nella vita di Amedeo.
Mentre si stava dirigendo al lavoro su un manifesto attaccato a un muro, lesse: “Ami scrivere? Vuoi pubblicare il tuo libro e diventare uno scrittore apprezzato? Mandaci il tuo manoscritto e il tuo sogno si avvererà.”
Sul manifesto era anche ritratta l’immagine di una ragazza seminuda sdraiata su un divano bianco decorato con delle rose rosse con un libro aperto tra le cosce. Amedeo prese finalmente una decisione saggia; corse subito a casa e tirò fuori tutti i quaderni che teneva custoditi nel cassetto accanto al suo letto.
Rilesse tutto il suo lavoro in due giorni e corse davanti al manifesto per appuntare l’indirizzo postale della casa editrice.
Si recò alla posta e spedì tre pacchi contenenti quattro romanzi di circa quarantacinque pagine l’uno.
Come fu possibile che un semplice manifesto riuscì a sbloccare la mente di quell’uomo? In realtà quello che di più aveva colpito Amedeo era la foto della bellissima ragazza che mostrava le sue grazie disinibita.
Un’immagine che eccitava Amedeo al tal punto da decidere di inviare le sue storie alla casa editrice, altrimenti ben difficilmente l’avrebbe fatto.
Lui che poi non aveva mai avuto esperienze con una donna.
Nei giorni seguenti aspettò con ansia la telefonata della casa editrice.
Si mise in malattia dal lavoro in modo da poter restare a casa tranquillamente.
Non si alzò mai dalla sedia vicino al telefono e addirittura per urinare aveva posto vicino a sé il pappagallo che aveva usato il suo povero padre negli ultimi giorni di vita quando la sua schiena non gli permetteva più di camminare.
A causa dell’enorme tensione Amedeo mangiava e beveva pochissimo; aveva i nervi tesi come una corda di violino.
Finalmente, dopo una settimana esatta dall’invio dei manoscritti, arrivò la tanto attesa telefonata.
La casa editrice gli offriva un contratto che prevedeva sette anni di diritti ma ad Amedeo fu chiesto di scrivere solamente romanzi erotici perché quell’editore non pubblicava altro che storie di quel genere.
Il modo di scrivere di Amedeo era piaciuto molto all’editore e motivato più che mai Amedeo si mise al lavoro già dal giorno dopo.
Si licenziò senza dare alcuna motivazione dal lavoro, salutò freddamente i suoi colleghi e partì alla volta di Roma.
Passarono gli anni e Amedeo divenne uno scrittore erotico di fama mondiale; i suoi romanzi vennero tradotti in cinquantadue lingue e presi come spunto da grandi registi del genere per sceneggiature e storie di film erotici.
Lo scrittore aveva compiuto sessantanove anni e si godeva la vita come mai aveva fatto prima.
Nel paesino di montagna dove è nato e cresciuto di lui non sapevano più nulla. Amedeo per i suoi compaesani era morto.
La grande emozione di amare e sentirsi amati
Era il 1993.
Avevo otto anni e per la prima volta mio padre mi portò allo stadio.
In programma la partita Roma-Sampdoria.
Era una giornata di maggio stupenda e faceva caldo, molto caldo. Il mio papà aveva preso i biglietti in tribuna Tevere, posto dello stadio frequentato da gente comune, e per questo il prezzo del biglietto era alla portata delle tasche di tutti.
Giungemmo allo stadio circa un’ ora prima dell’inizio della partita, in modo da non litigare con altre persone per prendere i posti. Mi ricordo che avevo un’ eccitazione enorme nel vedere la curva romanista che stendeva e preparava gli striscioni. Erano fatti con così tanta cura che era facile pensare alla mia mamma quando stendeva i panni, una precisione assoluta.
Quello che era scritto doveva essere in bella vista in modo tale che i tifosi avversari potessero leggere chiaramente tutte le prese in giro indirizzate a loro.
Mio padre è sempre stato un fanatico del calcio e soprattutto grande tifoso della Roma. Della compagine Giallo Rossa non si era mai perso una partita.
Quel giorno si sentiva euforico di più del solito perché per la prima volta aveva deciso di portarmi con lui a vedere “la magica”.
Mia madre invece era contraria e ricordo la brutta litigata che fecero quando mio padre le fece sapere che sarei andato con lui allo stadio.
Pensava che io fossi ancora troppo piccolo per andare a vedere la partita e non si poteva darle del tutto torto.
Lo stadio è un posto dove purtroppo possono succedere molte brutte cose, per esempio violenti scontri tra opposte fazioni di Ultras, ma anche tra polizia e i soliti esagitati non degni di essere chiamati tifosi .
Quindi quella santa donna non poteva capire perché a mio padre fosse venuta in mente un’ idea del genere.
Mancavano cinque minuti all’ingresso in campo delle due squadre; io ero emozionatissimo e mio padre anche. I tifosi della Roma intonavano slogan senza mai fermarsi e quelli avversari rispondevano in egual modo a gran voce, ma, ovviamente, in netta minoranza.
Mi sembrava di sentire battere il cuore di mio padre e ricordo che mi guardava entusiasta; non conoscevo il motivo ma percepivo questa cosa. Forse perché ero con lui nel posto giusto e al momento giusto.
La partita ebbe inizio.
La palla era già ai piedi di Giuseppe Giannini, glorioso capitano della Roma a quel tempo; un passaggio in verticale per Fonseca che la gettò in mezzo per Balbo che con un colpo di testa sfiorò il palo alla destra del portiere doriano. Dopo nemmeno due minuti la Roma si fece subito pericolosa in area avversaria.
Intanto era un piacere per me ascoltare gli urli delle tante persone che godevano vedendo giocare la loro squadra del cuore.
Quando si veniva a creare un’ azione pericolosa mio padre mi teneva stretto il braccio, quel gesto era come dire: “Adesso entra, adesso adesso entra, dai falla entrare cazzo.”
Quel gesto mi rendeva molto contento perché sentivo mio padre vicino fisicamente. Mio papà era un tipo che difficilmente riusciva ad avere un contatto fisico e d’affetto con me; non era nel suo modo di fare il padre, forse perché era stato sempre una persona silenziosa, molto riservata e poco incline a concrete manifestazioni d’affetto.
Preferiva dichiarare il suo amore nei miei confronti facendomi capire il senso di tante cose, anche di quelle che alla mia età non avrei mai dovuto sapere.
Mi trattava da adulto insomma.
Io andavo fiero di quel suo comportamento perché mi permise di crescere molto in fretta e grazie a ciò, mi potevo ritenere una persona in grado di riflettere e osservare per poi agire.
Intanto la partita volgeva al termine e il risultato era ancora bloccato sullo zero a zero; avevo l’impressione che nessuna delle due squadre sembrava voler vincere il match.
A me e papà qualsiasi risultato non importava; eravamo felici lo stesso perché stavamo insieme.
In un caldo pomeriggio di primavera padre e figlio scoprirono finalmente di amarsi.
Tuttavia per mettere un sigillo a tutto questo ci sarebbe voluto un gesto forte.
A favorirlo fu proprio la nostra squadra del cuore. La Roma.
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Io sono negro
Sono un ragazzo di ventitre anni,mi chiamo Rudy; sono nato in Nigeria e vivo a Roma ormai da dieci anni. Ho imparato benissimo a parlare Italiano, addirittura molti mi dicono che parlo perfettamente anche il dialetto romanesco.
Questa città la sento mia, sono orgoglioso di viverci e poi è bellissima.
Sono scappato dalla Nigeria a causa della guerra; tutti i giorni c’erano degli omicidi, delle stragi, e i ribelli arrivavano a colpire anche i bambini.
Era veramente brutto rimanere lì.
Così dopo aver perso i miei genitori, ho deciso di lasciare quella vita, troppo difficile ma soprattutto troppo pericolosa. Senza lavoro, senza avere nemmeno un progetto per il futuro la vedevo davvero difficile.
Così sono scappato e ho deciso di venire in Italia.
Una volta arrivato, dopo un viaggio durato dieci giorni tra deserto e mare, ci hanno ricoverati nel centro accoglienza per immigrati a Lampedusa.
Ci sono stato per un mese, venivo trattato bene e con me c’erano tanti altri immigrati che fuggivano una volta per tutte dalle loro terre native colpite dalle guerre più sanguinose.
Una mattina, mentre camminavo nervosamente all’interno del centro di accoglienza fumando una sigaretta dopo l’altra, incontrai un ragazzo; si chiamava Michael e veniva dal Camerun.
Anche lui, come me, si trovava al centro da pochi giorni, anche se non lo avevo ancora visto in giro. Facemmo subito amicizia, quindi scoprì piacevolmente che aveva la mia stessa età e aveva subito le mie stesse disgrazie.
Era solo, come me.
Non aveva più nessuno; i suoi parenti erano stati massacrati e uccisi dalla guerriglia Camerunense. Loro erano contro il dittatore che governava il paese ma i ribelli molto spesso, presi dall’ira omicida, colpivano anche coloro che la pensavano come loro, ma che si rifiutavano di partecipare alla lotta armata per paura di essere uccisi e di perdere l’affetto più grande. La propria famiglia.
Michael mi raccontò che per i ribelli Camerunensi non fare parte della lotta contro il dittatore era come schierarsi dalla parte del “cattivo”, quindi essere considerati automaticamente traditori.
Di conseguenza dovevi essere ucciso.
Michael si salvò nascondendosi nella palude che circondava la sua casa, mischiandosi tra la melma e il fango. Vide sua madre violentata più volte e quindi uccisa a colpi di fucile, mentre i suoi fratelli, suo padre e i suoi nonni messi in fila e uccisi con un colpo di pistola alla testa. Non potendo fare nulla, si nascose senza uscire fuori; era la cosa più giusta da fare.
Stessa cosa feci io mentre la mia famiglia veniva uccisa, decapitata e successivamente gettata nelle fosse comuni scavate dai ribelli. Era inutile compiere un atto da eroi in quelle situazioni, saremmo stati uccisi come le nostre amate famiglie; era meglio salvare la pelle e quindi pregare per i nostri cari.
Storie di vita molto simili ci univano, dilaniate dall’ingiustizia e da morti molto dolorose.
I giorni passavano così nel centro immigrati, fumando sigarette nel giardino, parlando e camminando per ore e ore.
Un pomeriggio ci venne a fare visita in stanza un volontario del centro e ci disse di preparare le valige perché l’indomani saremmo usciti di lì per andare in questura a fare i documenti.
Non fu difficile intuire che potevamo restare in Italia.
Per la legge eravamo considerati esiliati politici, ossia scappati da paesi in guerra.
Ero felice, forse per la prima volta in vita mia potevo fare dei progetti, sognare un lavoro e avere, perché no, una famiglia.
Anche Michael era felice, al punto che piangeva dalla felicità; io pensavo che qualcosa nelle nostre vite stesse cambiando.
Ricordo che la notte precedente la partenza né io né Michael riuscimmo a dormire, eravamo troppo euforici, finalmente stavamo trovando quella libertà che tanto avevamo cercato.
Martedì del 18 Marzo 2005 alle ore 09.00 eravamo uomini liberi. Un volontario del centro ci aveva accompagnati alla questura per i documenti, dove incontrammo funzionari di Polizia molto cortesi e terminate le questioni burocratiche ci imbarcammo per il traghetto che ci condusse a Palermo. Fantastico!!! Dopo qualche ora di navigazione vi giungemmo.
Primo obbiettivo: cercare subito un lavoro.
Il giorno stesso conoscemmo una persona del posto, un certo Pinuccio, un tale da tutti molto rispettato.
Ci disse che ci avrebbe aiutato molto volentieri, e per questo ci diede appuntamento il giorno dopo alle 08.30 davanti al bar Gabriele, in via Giovanni Pascoli.
Ora bisognava riposare un po’.
Quella notte dormimmo alla stazione; in tasca avevamo pochi soldi per permetterci una camera e poi dovevamo mangiare. La mattina seguente arrivammo puntualissimi all’appuntamento con Pinuccio.
Ricordo che la situazione era un po’ strana. Eravamo una decina di musi neri e che tutti avevano lo zaino sulle spalle e un paio di bottiglie d’acqua da un litro. Pensammo che tutti gli altri ragazzi erano lì anche loro per il lavoro.
Nessuno parlava, tranne un ragazzo di circa vent’anni che si avvicinò a noi per chiederci da dove venissimo. Michael rispose che lui era Camerunense e che io venivo dalla Nigeria.
- Bene!
Rispose il ragazzo che riprese:
- Qui siamo tutti africani come voi.
Mi venne in mente di chiedergli quale lavoro dovessimo fare. Il ragazzo mi guardò un po’ con aria di sufficienza e mi disse:
- Come non lo sai? Nessuno ti ha detto niente?
Io guardai Michael e poi dissi a questo ragazzo di non sapere nulla.
- Bene, ora ti dico. Dobbiamo andare a raccogliere le arance nel Corleonese; sono circa cinquanta km da qui e lì ci sono tantissimi campi con le più belle arance di Sicilia.
- Bene dissi. E quanto stiamo?
- Tutto il giorno, anzi se fa troppo tardi e nessuno ci può riaccompagnare indietro, dormiamo nel campo.
- Da mangiare?
Domandai un po’ preoccupato.
- Arance. Ce ne sono a migliaia.
Non ero molto contento della situazione e neanche Michael. Dopo mezz’ora circa arrivarono due furgoni belli spaziosi; ci caricarono e la persona che era al volante ci disse di abbassarsi immediatamente quando fosse avvistata una pattuglia della Polizia.
Pinuccio salì nell’altro furgone.
Notai che i colleghi di lavoro avevano la faccia triste, non li vedevo soddisfatti. Chiesi a chi mi stava vicino la paga che ci spettava. Mi rispose che per la suddetta mansione era previsto un euro a cassetta.
- Un euro a cassetta?? Ma siamo matti?
Dissi con tono di voce alto e altresì alterato.
Il guidatore del furgone sentito il mio urlo di disapprovazione fermò la vettura e scese. Venne da me con aria minacciosa.
- Che sei venuto a fare qui? Chi ti ha chiamato?
Disse a voce bassa, quindi volse lo sguardo sull’altro furgone e fece un segno a Pinuccio.
L’uomo scese e chiacchierarono per qualche istante.
Intanto Michael era abbastanza spaventato della situazione, anche perché nessuno dei passeggeri braccianti alzò lo sguardo da terra.
Pinuccio mi disse di scendere dal furgone e di seguirlo. Guardai Michael come si guarda un fratello e con un cenno degli occhi gli feci capire di stare tranquillo.
- Senti carissimo negro di merda, io ti sto portando a lavorare, a guadagnare i soldi, quindi vedi di comportarti bene, come fanno tutti gli altri. OK? Non discutere mai più di denaro,Ok? Non farti più beccare a farlo, altrimenti la prossima volta non la passi liscia.
- Mi scusi ma per me è la prima volta, non sapevo.
L’uomo m’interruppe brutalmente.
- Tu non devi sapere niente, devi solo lavorare e raccogliere le arance. Chiaro? Che sia l’ultima volta.
- Mi scusi, non lo farò più.
Rientrai nel furgone e non osai alzare lo sguardo dalle mie scarpe, neanche per parlare con Michael.
Avevo capito di essermi messo in un brutto pasticcio.
Arrivammo a Corleone dopo un’ ora di viaggio, era una bella giornata. Pinuccio e il suo vice ci diedero subito disposizione su dove andare.
Disse - Tu Rudy e anche tu Michael, voi venite con me.
Andammo in un capannone deserto, dove si sentiva solamente una quantità impressionante di puzza di piscio e di merda.
Uno schifo che nemmeno da dove venivo io c’era un odore simile.
Mentre eravamo dentro il capannone all’improvviso sbucarono due uomini di stazza molto grossa, che mescolandosi le mani, sembravano dire:
“Adesso vi ammazziamo.”
Ci vennero incontro, e uno di questi sferrò un pugno in faccia a Michael facendolo crollare a terra.
Provai a fare qualcosa, ma Pinuccio mi trattenne da dietro bloccandomi. Michael tentò di rialzarsi ma un calcio fortissimo lo colpì sullo zigomo destro e lo ristese a terra svenuto. Ero rimasto io, tre contro uno. Cominciarono a picchiarmi selvaggiamente, calci, pugni al punto che non capivo neanche più da dove venissero sferrati i colpi.
Mi gettarono a terra sanguinante e Pinuccio esclamò con voce durissima:
- Ora alzate il culo e andate a lavorare! Bastardi che non siete altro.
Mi feci forza e presi sulle spalle Michael; il calcio che gli avevano dato probabilmente gli aveva rotto lo zigomo, e quindi sentiva un gran dolore. Io avevo qualche ematoma in varie parti del corpo ma nulla di rotto e non mi sembrò di aver riportato contusioni varie.
Michael però non ce la faceva a lavorare, così dissi a Pinuccio che avrei lavorato io per lui.
- Sei sicuro? Ti devi fare almeno quindici ore senza mai fermarti.
- Sì, sono sicuro.
Risposi con aria di sfida.
Michael stava visibilmente male ma nessuno chiamò un medico, venne lasciato li, abbandonato.
Mi feci quelle quindici ore di lavoro, mangiai tre arance e nulla più. Neanche l’acqua ci avevano dato, ci trattarono peggio delle bestie, peggio degli schiavi.
Tornammo a Palermo distrutti dalla fatica.
Pinuccio ci aveva dato un posto dove dormire; era una stanza in un palazzo di sua proprietà, dove dormivamo in dieci, uno sopra l’altro. Cominciai a capire che questa era la rovina, un incubo. Quasi rimpiangevo il mio paese, sepolto vivo dalla guerra.
Michael aveva un assoluto bisogno di cure, ma gli altri inquilini della stanza ci dissero di non fare niente; sarebbe stato sbagliato portare Michael in ospedale perché ci avrebbero chiesto informazioni sull’ accaduto.
- Questa è una vita normale? E’il primo giorno di lavoro e già me ne voglio scappare da qui. Siamo bestie per loro, non lo capite? Andiamo Michael, ti porto al pronto soccorso, muoviti.
- Ma se ci vede Pinuccio che facciamo?
Domandò preoccupato il mio amico.
-Tranquillo, non ci vede.
Uscii da quella stanza e portai all’ospedale Michael, senza pensare alle parole degli altri e fregandomene delle domande che la polizia ci avrebbe rivolto. Il mio amico doveva essere curato, uno zigomo rotto non si cura da solo.
Ci serviva aiuto.
Chiedemmo allora indicazioni utili a quelle poche persone che incontrammo per strada ma nessuno sembrava volere aiutarci; chiunque ci snobbava e girava la faccia dall’altra parte, pur vedendo una persona che stava male, molto male. Finalmente incontrammo una volante della polizia, mi buttai in mezzo alla strada e la bloccai. I poliziotti scesero dalla volante e ci chiesero cosa fosse successo. Videro Michael in difficoltà, lo zigomo gli si era gonfiato molto e ci poteva essere un rischio alto di infezione.
-Dobbiamo andare all’ospedale, muoviamoci!
Urlai. I poliziotti ci fecero salire in macchina e ci portarono al pronto soccorso, scesero con noi e ci seguirono fin dentro le sale mediche. Il medico capì subito che non c’era tempo da perdere, lo zigomo di Michael doveva essere completamente ricostruito. Intanto io aspettai fuori insieme alle guardie.
Cominciarono a chiedermi i documenti, e videro che era tutto ok. Non avevo il permesso di soggiorno ma un foglio firmato dalla questura che dichiarava che io potevo rimanere nel territorio Italiano. Videro che avevo delle ferite anche io e mi chiesero cosa fosse successo. Senza alcun imbarazzo e paura raccontai il tutto dicendo che c’erano molte persone immigrate regolari scappate a causa delle guerre dal loro paese e che qui in Sicilia avevano conosciuto un certo Pinuccio, il quale diceva di offrire un buon posto di lavoro e pagato anche bene. Tutto falso, dissi ai poliziotti.
Sottolineai le pessime condizioni in cui eravamo costretti a vivere. Il tipo di lavoro e le botte che Pinuccio e i suoi compari ci avevano dato. Dissi inoltre che per me e per Michael era il primo giorno di lavoro e che altre persone che da più tempo lavoravano con Pinuccio erano costrette a vivere nell’incubo delle botte e nell’omertà. Tutti avevano paura di ribellarsi, tutti erano diventati schiavi di questa gente. Dichiarando tutto questo ai poliziotti rischiavo di essere ammazzato da quei bastardi degli uomini di Pinuccio ma non me ne importava nulla, dovevo fare qualcosa, dire la verità. Dopo la mia testimonianza, cominciarono le indagini su Pinuccio e il suo clan; ci furono degli arresti.
Pinuccio venne beccato dalla Polizia sul fatto mentre picchiava una ragazza che voleva sfuggire alle sue angherie. Tutta la banda a poco a poco venne arrestata e messa a marcire in prigione. Tutti noi venimmo liberati dalla schiavitù e consegnati alla comunità lavoro di Roma. Michael si era ripreso perfettamente dall’operazione, ora stava bene.
La nostra storia era stata inserita su gran parte dei giornali Italiani, con titoli di spicco in prima pagina tipo: Niente più schiavi. Oppure: Una particella della mafia Siciliana è stata sconfitta da due Africani.
L’Africa ha vinto.
Il sogno di una vita felice ora poteva finalmente cominciare.
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Il gioco micidiale
E’ notte fonda.
Io mi trovo ancora in un bar a bere whisky.
Credo che questa sia una delle tante serate da dimenticare.
Avevo un appuntamento con una ragazza conosciuta la sera prima in un pub, ci dovevamo vedere alle dieci al Molly, un locale che si trova a Trastevere.
Ma io non ci sono andato, o meglio, non ci sono proprio arrivato.
Ho cominciato a bere fin dalle prime ore del pomeriggio, quindi alle nove ero praticamente già ubriaco perso. Impossibile presentarsi all’appuntamento in quelle condizioni; ho preferito non andare e neanche avvertire Giulia, la ragazza dai capelli color miele che mi stava aspettando con ansia per passare una bella serata insieme.
L’ennesima figura di merda da incorniciare!
Rovinarmi la vita, questo sembra essere il mio unico scopo.
Come faccio a cambiare? Io sarò anche stanco di bere, forse il mio fisico lo è, ma la mia mente no. Chiede sempre qualche bottiglia di buon whisky per rallegrarsi un po’. Non ho un lavoro, né una famiglia. Mio padre e mia madre non ci sono più, sono morti tre anni fa. Tutti e due a pochi mesi di distanza mi hanno abbandonato.
Mia sorella non la vedo da anni, ha preferito gettarmi nella fossa invece di provare a salvarmi. E’ sposata e vive chissà dove, non so nemmeno se ha figli.
E’ andata cosi, non ci posso fare niente.
Già che ci sono chiedo un altro bicchiere di whisky al cameriere.
“Ti prego aiutami ad uscire da questa situazione, non ti ho mai chiesto nulla, ti prego aiutami. Non ce la faccio più a bere, sento il mio corpo piano piano cadere a pezzi, la mia mente mi sta lasciando.
Intanto si è fatto tardi, molto tardi e anche il bar deve chiudere; dove andrò a dormire? Non credo di ricordare la strada di casa mia. Come tante altre notti me ne vado in stazione, ho conosciuto della gente lì ridotta peggio di me. Quando dormo lì, ci raccontiamo tante cose, più che altro problemi del nostro passato, del nostro presente e del nostro futuro. Siamo gente che vive alla giornata, oggi ci sei e domani chi lo sa? Mi metto al mio solito posto, vicino ai bagni così in caso di bisogno non devo fare molta strada.. Si avvicina Rocco, un barbone che vive in strada da dieci anni. Sua moglie lo ha lasciato ed è scappata con il figlio, così lui ha deciso di abbandonare tutto e rifugiarsi nella nullità.
- Ciao Rocco, come stai? E’ un po’ che non ci si vede.
- Ciao Roby, quanto tempo; Io sto bene.. Tu cosa mi dici? E’ vero, è un po’ che non ci vediamo.
- Eh lo so, stavo riuscendo a uscire dal baratro dell’ alcol ,ma ci sono ricascato.
- Che ci vuoi fare Roby, io ci sono ricaduto tante di quelle volte. Ma cosa ce ne frega, anzi, sai che ti dico? Beviamoci su. Ho qui ancora un goccio di Tavernello, ci facciamo un brindisi alla faccia di chi ci vuole male.
- Ma sì dai, beviamoci sopra, hai proprio ragione Rocco.
- Salute, cin cin.
Ripetemmo all’unisono.
Così nella mia vita non si finisce mai di bere, un goccio tira l’altro e tutto rimane come prima.
Mi sveglio il pomeriggio dopo nel caos tipico della stazione: altoparlanti che annunciano i treni in partenza, in arrivo e quelli in ritardo.
Le persone che ti calpestano pensando che tu sia solamente un lurido insetto sporco, corrono e urlano senza degnarti neanche di uno sguardo.
“Che belle facce di merda che hanno” penso.
Ho la testa che mi scoppia, devo andare via da qui, altrimenti impazzisco. Mi é rimasto un euro per prendere un caffè amaro, speriamo che mi faccia calmare il dolore alla tempia. Non sopporto più nulla, sono solo e depresso.
Perché vivo ancora?
Intanto una bella signora mi passa accanto; ha una scollatura così ampia che riesco a vederle il capezzolo, Dio come me la farei.
Qualche anno fa, me la sarei sicuramente portata al letto ma adesso rinuncio anche ad apprezzarla. Mi eccito per cosa? Per poi finire a masturbarmi nei bagni disgustosi della stazione? Lasciamo perdere. Adesso però ho voglia di un bicchierino di whisky, ma non ho un euro per poterlo acquistare. Meglio che vada a casa, così prendo qualche soldo. Raggiungo il bus 52 che mi porta proprio a due passi dalla mia tana. Non ho il biglietto, ma cosa me ne frega; se mi fermassero i controllori scapperei.
Prima di entrare a casa ripenso alla nottata precedente e a quella povera ragazza che mi avrà aspettato per non so quanto tempo; scaccio via quel pensiero, quello che è fatto è fatto. Finalmente posso andare a bere!!!
Prendo dieci euro e intanto sento della gente che sale le scale correndo concitatamente. Urlano il mio nome e bussano prepotentemente alla porta.
- Roberto Trulli, venga fuori, lei è in arresto!
- In arresto?? Ma chi siete?
- Carabinieri Roberto Trulli, non faccia lo spiritoso, APRA la porta!!!
- Ma cosa ho fatto? Perché mi volete arrestare?
- Apra ho detto!
Urla il militare.
- Ok, un attimo solo.
Dopo aver aperto la porta, entrano quattro carabinieri armati fino ai denti.
- Cosa volete, lasciatemi stare!!!
Quelli mi gettano per terra, mi allargano le braccia e le gambe.
- Dove eri ieri sera?
Mi chiede il più arrogante dei quattro.
- Al bar.
Rispondo con la voce soffocata dal dolore.
- Quale bar?
Replica con voce tesa l’uomo della Legge.
- In via Parioli, il Drago.
- E chi aspettavi?
Nessuno, dovevo andare da una ragazza che avevo conosciuto qualche giorno prima, ma ero troppo ubriaco per presentarmi.
- E la ragazza?
- Non lo so, le ho appena detto che ero troppo ubriaco per vederla.
- Bene Signor Roberto Trulli, ora mi segua in caserma; dobbiamo verificare alcune cose.
- Ma perché mi portate via, io non ho fatto niente. Esigo una spiegazione.
- Una spiegazione?
Grida il carabiniere inferocito.
- La ragazza, una tale Giulia Rossetti è stata trovata morta vicino Trastevere, accoltellata.
- E io che c’entro?
- Ci sono stati dei testimoni che l’hanno vista mentre compiva l’omicidio.
- Ma siamo matti?
Replico quasi piangendo.
Questi testimoni hanno dichiarato che lei è un “abitué” di Trastevere, quindi ci va spesso.
- Sì, ma che c’entra?
- Hanno visto che lei era ubriaco al punto di non reggersi in piedi e stava molestando la ragazza, le metteva le mani in ogni parte del corpo. La giovane si è difesa dandole uno schiaffo in pieno viso. Lei non ci ha visto più, ha preso il coltello che teneva in tasca e ha colpito la ragazza al collo per poi fuggire lasciando la povera indifesa agonizzante sull’asfalto. Peccato che è stato visto da più persone. Venga con noi signor Trulli, mi segua, è meglio per tutti.
La mia vita è finita.
Non ricordo nulla di quello che mi è accaduto ieri; ma come ho fatto a fare un gesto simile? Ma perché? L’alcol mi ha fatto perdere tutto, ora anche la libertà.
Prego per quella povera ragazza, ma non son stato io ad ammazzarti.
L’alcolismo mi ha portato al termine della mia inutile vita.
Fine di questo gioco micidiale.
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Il bar di notte e Teresa
Ho trentacinque anni, ho perso il lavoro da pochi giorni e mi sento molto depresso.
Una vita difficile la mia, sempre impegnata a correre dietro a qualcosa o a qualcuno, senza mai riuscire ad arrivare a niente. La società ci rende ridicoli, poveri e ignoranti.
Per fortuna che c’è questo bar, un po’ malfamato ma pur sempre un luogo di incontro.
Sono tanti anni che ci vengo, addirittura già mio padre lo frequentava; credo che sia aperto dal 1951.
Un’ infinità di tempo, oltre metà secolo.
Il padrone è un certo Gustavo, un uomo dall’aria sporca, un poco di buono.
Il locale gli è stato lasciato in eredità da suo padre con moltissimi debiti da pagare.
Si chiama “Bar di notte” e c’è un perchè.
Il motivo è che questo bar di giorno è un normale e semplicissimo locale come tanti altri, dove vieni a prenderti il caffè, a fare l’aperitivo, leggere il giornale, insomma le classiche cose che si fanno in tanti altri posti simili.
Di notte si trasforma; arrivano prostitute, ballerine, papponi, spacciatori, ossia la peggiore gente che si trova in città, viene qui. La polizia sa tutto ma non fa mai niente perché Gustavo paga un indennizzo per far sì che i poliziotti non interrompano le attività notturne.
Io di solito rimango fino alle tre, ma anche le quattro di notte; mi scolo una bottiglia di buon vino e a volte mi capita di farmi anche una scopata con qualche puttana.
Non parlo quasi mai con gli spacciatori, è gente che non mi piace; già mi ritrovo nella merda, non voglio avere altri guai.
Questa sera ho bevuto parecchio, sono su di giri, aspetto con ansia che arrivi qualche troia da sbattermi. Ormai è quasi mezzanotte, quindi a minuti dovrebbero essere qui.
Infatti ecco che arrivano le prime.
C’è ancora lei, me la sono fatta parecchie volte e ora non mi va più..
E’ una giovane Rumena, si chiama Nada, è molto bella. Vive in un paese qui vicino.
Di solito passa per prendere una birra, si ferma una mezz’ora e poi va a battere in via Damasco. Povera, ha anche due figli da mantenere; i piccoli vivono in Romania e per questo non li vede mai.
C’è anche Linda, un’ Italiana, credo venga dalla provincia di Napoli. Molto bella e seducente anche lei, un po’ più vecchia di Nada, ma ugualmente desiderabile. Anche con lei sono stato più volte.
Questa che noto ora non l’ho mai vista; è molto bella. Un fisico da lasciarti a bocca aperta, due belle tette e un bellissimo culo rotondo e prosperoso. Gli occhi sono azzurri e la bocca carnosa e accattivante. Questa è quella giusta. Ordino un’altra bottiglia di vino e aspetto il momento giusto. Intanto entrano anche quei due bastardi che conosco molto bene; sono Luciano e Salvatore.
Due balordi della zona. Gentaccia da liquidare subito.
Mi giro dall’altra parte e faccio finta di non vederli. La giovane musa dagli occhi azzurri e dalle tette enormi si accomoda al tavolo.
Ordina una birra e si mette a parlare al cellulare. Prego perché sia una telefonata breve e intanto sorseggio il mio buon vino.
Noto intanto che la ragazza si agita con la persona con cui sta parlando al telefono.
La manda a quel paese e getta con violenza il cellulare per terra.
Adesso è anche incazzata penso e se le chiedessi qualcosa sarebbe capace di mandarmi a fare in culo.
Tuttavia un po’ cocciutamente ci provo lo stesso.
Mi avvicino al suo tavolo e le chiedo se posso accomodarmi vicino a lei.
- Sì, siediti.
Mi risponde.
- Ti posso offrire qualcosa?
Le domando.
- No grazie, sono a posto; tu piuttosto mi sembri abbastanza ubriaco, che ne dici di piantarla di bere?
Rimango sorpreso, nessuno da un po’ di tempo a questa parte si era mai preoccupato di me.
- Come vuoi tu.
Replico un po’ insolentemente. Lascio da una parte la bottiglia e mi avvicino ancora un po’ alla graziosa ragazza e riprendo il discorso.
- Di dove sei?
- Moldavia.
- Bella la Moldavia.
- Ci sei mai stato?
- No!
- Allora come puoi dirlo?
Replica la ragazza un po’ irritata.
Ha ragione. Che figura di merda.
- E’ tanto che vivi in Italia?
- Sono cinque anni.
- Però, quindi parli molto bene L’Italiano.
- Sì, abbastanza. Nel mio paese sono laureata in chimica.
- Cosa?
Rispondo un po’ sorpreso.
- Voi pensate che noi essendo puttane non siamo andate scuola, siamo ignoranti, ma è falso. La maggior parte di noi è laureata o diplomata, per necessità dobbiamo venire qui e fare questo. Da noi non c’è niente.
- Che peccato, una ragazza così carina, laureata deve farsi scopare da vecchi pervertiti per portare a casa i soldi. Una vergogna. Tu vuoi scopare?
- A dire la verità si, ma solo se a te va.
- Pagami e scopiamo.
- Quanto ti devo dare?
- Quaranta euro.
Risponde risoluta.
- Dai andiamo nella mia macchina.
Dico io con fare quasi gentile. Una volta giunti e messi comodi le slaccio il reggiseno, mi avvicino con la bocca ai suoi capezzoli e comincio a leccare. Immediatamente il cazzo mi diventa duro.
- Che bella che sei! Ti voglio bene. Slacciami i pantaloni e prendimelo in bocca; ancora non ti ho chiesto come ti chiami.
- Mi chiamo Teresa.
Risponde lei con la voce soffocata dall’eccitazione.
- Bel nome; ora succhiamelo tutto!!!
Cerco di non venire subito perché con questa ci voglio anche fare l’amore, quindi le dico di fermarsi perché altrimenti il vulcano erutta.
- Ti voglio ancora leccare le tette. Tu tienimelo in mano.
Teresa si ferma e quasi spazientita mi dice che è tardi e che dobbiamo finire.
- Ok aspetta, ora scopiamo.
La penetro ma purtroppo me ne vengo in appena cinque minuti. Che desolazione.
Teresa non mi guarda neanche, si riveste ed esce dalla macchina.
- Ti saluto tesoro, ci vediamo la prossima volta e magari facciamo le cose con più calma. Stammi bene.
Intanto penso che ho speso quaranta euro per neanche venti minuti.
Che spreco.
Però era stupenda. Mi rivesto e rientro al bar, riprendo la bottiglia che avevo lasciato sul tavolo e me la finisco.
Alla faccia di Teresa.
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Resistenza: Racconto di un uomo sopravissuto
Mi trovo nei boschi vicino Perugia, più precisamente in una località che si chiama Montone nell’alta valle del Tevere.
Siamo rimasti in pochi, anche perché tutti sono andati a Roma che è ormai una città libera.
I miei compagni mi chiamano Lince.
Sono un veterano qui, da sempre partigiano, dal tempo in cui i fascisti si erano assediati al governo. Le voci che girano dicono che la guerra sta finendo e che presto saremo liberi.
Io so solamente che bisogna ancora combattere. Gli Americani e gli altri alleati ci stanno aiutando, ma non basta.
In questo piccolo paesino nessuno sa veramente quello che accade fuori dalle mura, la radio praticamente non esiste qui.
Ci fidiamo solamente delle notizie che ci arrivano da Perugia.
Il cibo non è abbondante, ma quello che abbiamo a disposizione è molto buono.
I contadini del posto ci aiutano e ci sfamano, e a volte ci danno anche un posto dove dormire quando arriva l’inverno gelido. I fascisti e i nazisti si sono alleati e colpiscono chiunque trovino sulla loro strada, donne, uomini e bambini.
Il mio caro amico e compagno di battaglia Erasmo è venuto a dirmi che a un paese a circa 15 km da qui ci sono i nazisti che assalgono casolari e uccidono chi vi abita, per questo chiamo alla radunata gli altri compagni.
Non siamo un gran numero ma dobbiamo andare.
Il piano è fatto.
Fino a Umbertide la strada è libera, non ci sono posti di blocco e in giro non si vede nessuno. Passiamo per le sponde del Tevere per essere più sicuri e risaliamo una volta arrivati nei pressi di Pierantonio.
Dobbiamo cercare di fermali e fare prigioniero almeno uno di quei bastardi.
Il grido di battaglia è forte: “Dobbiamo vincere!!!”.
Ci dirigiamo verso il nemico, silenziosi e affamati di rivincita per quello che stanno facendo a quella povera gente.
Arriviamo a Pierantonio e non vediamo nessuno in giro.
Deserto totale, non ci sono neanche le galline.
Giriamo tutto il paese e dietro la piazza principale vediamo una cosa che non avremmo voluto vedere mai.
E’ molto che combattiamo, quindi di brutalità, di morte ne abbiamo visto tanta, ma questo è veramente troppo.
Ci sono centinaia di persone rimaste uccise adagiate sull’asfalto.
Una strage di questa portata non si è mai vista da queste parti.
Gettiamo le armi a terra, ci inginocchiamo e cominciamo a pregare.
Un orrore ai nostri occhi.
Del nemico non c’è traccia, sembra che se ne siano già andati.
Io e i miei compagni torniamo indietro, questa sa davvero di sconfitta.
Abbiamo setacciato ogni casa, ogni stalla, ogni via, ma del nemico neanche l’ombra.
Uscendo dal paese troviamo un vecchio che giace a terra, ferito e fortunatamente sfuggito all’ira Nazista che ci chiede di aiutarlo.
Si chiama Antonio, è un ex maestro della scuola elementare del paese.
Comunista convinto e antifascista e antinazista per fede.
- Ha visto da che parte sono andati i tedeschi?
Gli chiedo io.
- No mi spiace, vi prego aiutatemi.
Dice con la voce soffocata dal dolore.
- Certo si aggrappi a me.
- Compagno Falco passami dell’acqua.
- Tieni Lince.
Poi mi rivolgo al poveretto.
- Beva e stia tranquillo, ora ci siamo qui noi.
Quindi l’ex docente inizia il suo triste racconto.
- Tutti sono morti, tutti quelli del paese, non si è salvato nessuno. Io sono stato fortunato, nel caos generale; ferito sulla gamba da un’ arma da fuoco, sono riuscito comunque a strisciare fino alla traversa del casolare, lì mi sono nascosto ed ho aspettato. Ho visto quello che gli hanno fatto. Prima fucilati e poi ricoperti da taniche di benzina e incendiati.
Il tono di voce è davvero teso.
- Ora si calmi, la portiamo con noi.
Ritorniamo a Montone con l’amaro in bocca.
Un uomo e’ scampato alla strage.
Un uomo che ha visto e che ha raccontato.
Un uomo che ha visto altri uomini uccidere senza pietà poveri innocenti, vittime della brutalità della guerra.
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L’angelo che racconta
Mi chiamo Davide, ho trentacinque anni.
Vivo a Bollate, un paese in provincia di Milano.
Nella mia vita ho quasi sempre lavorato, dall’età di quindici anni per essere precisi.
Mio padre e mia madre volevano che continuassi a studiare dopo la terza media, ma io non ero tagliato per lo studio.
Piuttosto preferivo il lavoro, guadagnare soldi.
Così in un giorno di primavera dissi ai miei che avevo trovato un lavoro distante pochi km da casa presso una fabbrica di vernici.
Mia madre scoppiò in lacrime e disse:
- Io non ho mai fatto niente nella vita, mai andata al cinema, mai andata a mangiare fuori, mai fatte le vacanze e tutto questo per farti studiare e non per farti andare a lavorare come operaio in una fabbrica di vernici. Sai cosa vuol dire lavorare otto/nove ore al giorno in una fabbrica?
- Ancora non lo so mamma, ma io voglio provare
Mio padre non aveva parole, era rimasto basito.
- Ma non siete contenti che io vada a lavorare?
Incalzai con energia, quindi ripresi.
- Non siete contenti che non dovrò chiedervi più niente?
La risposta fu secca:
- No!
- Allora sapete cosa vi dico? Me ne vado di casa, vado via! Non provate a cercarmi.
Sbattei la porta e me ne andai. Non sapevo cosa fare, è vero; nonostante i miei genitori mi avessero messo in confusione, non volevo farli stare male.
Però dovevo andare avanti per la mia strada, senza guardare in faccia nessuno.
Avevo deciso di non continuare con gli studi e allora dovevo lavorare.
In quella benedetta fabbrica lavorai per venti lunghi anni.
I miei dopo un po’ di tempo hanno accettato tutto questo e mi hanno accompagnato nel mio cammino, pensando anche ad un eventuale salto di qualità.
Passare dalla manodopera agli uffici.
Ma ciò non era mai accaduto.
Anzi, dopo tutti questi lunghi anni, mi sono trovato a casa una lettera che mi diceva che a causa della crisi economica ero stato licenziato. Ricordo che mi salì il sangue al cervello.
“Ma come, sono qui da venti anni e mi licenziano? Bastardi.”
Pensai rancoroso.
Il giorno stesso mi recai al lavoro e incazzato come una iena andai nell’ufficio del direttore. Non bussai, entrai con violenza.
- Come si permette ad entrare senza bussare?
Mi disse il direttore un po’ sconvolto dalla mia irruenza.
- Io mi permetto eccome. Questa lettera cos’è?
Dissi sventolando davanti a lui la busta contenente la triste missiva.
- Non la vede? E’ la lettera che certifica il suo licenziamento.
- Il mio licenziamento? Ma io sono venti anni che lavoro qui, che do il culo per questa cazzo di fabbrica.
- Mi dispiace, ma non posso fare altro.
Replicò l’uomo.
Uscii sbattendo la porta ancora più violentemente di prima e una volta in strada mi recai al vicino bar.
- Una birra per favore, anzi un bicchiere di whisky, facciamo due.
Continuai a bere tutta la sera, arrivando al punto di non sentirmi più la testa per pensare e le gambe per reggermi in piedi.
Mai avrei pensato ad una fine così, ma ora a trentacinque anni chi me lo poteva offrire un lavoro?
Intanto si fece notte e decisi di andare a casa dei miei.
Bussai alla porta.
- Chi è?
Disse mio padre un po’ preoccupato non attendendo nessuno.
- Sono io Davide.
A quest’ora?
Aprì la porta e davanti a sé vide suo figlio distrutto, ubriaco marcio che sbiascicava qualche parola.
Mia mamma non aveva sentito niente, non si era accorta di nulla. Era nel suo letto che dormiva come un angioletto.
- Stai zitto e vieni con me. Usciamo di casa, non voglio svegliare tua madre, se ti vedesse in queste condizioni Dio solo lo sa quanto soffrirebbe
Disse mio padre.
Andammo fuori e gli raccontai tutto.
- In qualche modo troveremo una soluzione figlio mio, non ti preoccupare. Sentirò qualche amico, qualcuno ti aiuterà. Piuttosto dimmi, c’era bisogno di ubriacarti così? Di ridurti in queste pessime condizioni? Rischiando anche di farti vedere da tua madre. Sai che lei ci tiene tanto.
Era molto preoccupato.
- Non me ne frega un cazzo papà, io sto male senza lavoro, lo capisci? Io ho bisogno di lavorare, tutti abbiamo bisogno di lavorare.
- Lo so figlio mio, ma ora vai a casa e riposati. Stai tranquillo, tutto si risolverà per il meglio.
Mentre m’incamminavo verso casa un’ ansia tremenda s’impossessò di me; forse era il troppo alcol ma sta di fatto che non riuscivo più a calmarmi. Cominciai a piangere come un bambino.
Intanto qualche goccia di pioggia mi accarezzava la fronte, come per tranquillizzarmi, ma purtroppo io non riuscivo a calmarmi, era più forte di me.
Mi sdraiai, raccolsi la terra bagnata con le mani e me la gettai addosso con un gesto perentorio.
Rimasto senza lavoro da poche ore e finisco così, depresso e deluso dalla vita.
Mi alzai da terra e andai all’unico bar aperto a quell’ora di notte.
Comprai una bottiglia di whisky.
La bevvi in pochi minuti.
Dopo pochi passi avevo davanti a me il cavalcavia dell’autostrada.
Lo percorsi per qualche metro.
Chiusi gli occhi e mi buttai nel vuoto tenendo la bottiglia stretta tra le mani.
L’unica che quella notte aveva compreso il mio dolore.
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