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giovedì 22 dicembre 2011

Riflessioni

Scrivere un racconto, una poesia è qualcosa di sensazionale. In quei momenti di concentrazione estrema la mente  viaggia nei labirinti del nostro inconscio. Vengono rielaborate fantasie, paure, emozioni.. Il pensiero diventa creatività. Scrivere è possedere il nostro equilibrio mentale.

Marco Feliciani

sabato 10 dicembre 2011

I miei due libri

Capitalismo e rovina di un popolo

L'Italia è appesa ad un filo, un filo quasi invisibile.. La politica ha snobbato i cittadini italiani, ha snobbato il loro futuro. Il popolo italiano deve tirare fuori le palle e ribellarsi, deve mettersi in gioco, deve armarsi di sacrificio e lottare per salvare la propria dignità morale.  Il capitalismo ci sta divorando!

Marco Feliciani

Inni e canti comunisti - chi non vuol chinar la testa

Guccini intervistato da Mollica

venerdì 2 dicembre 2011

Libertà senza prezzo

Ben dieci anni sono trascorsi da quando ho lasciato il mio villaggio in Liberia.Oggi tutto sembra così diverso, così lontano dalla realtà.. Ora vivo in Italia, in un piccolo paese dell’ agrigentino.  Da queste parti la vita non è sempre facile, anzi alcune volte sa essere molto difficile, ma comunque migliore della vita che conducevo  nel mio paese natale. Ricordo quando approdai a Lampedusa, eravamo circa settanta tra ragazzi nord africani,  donne e bambini dell’Africa del sud, un viaggio lunghissimo.. Senza cibo e acqua, senza amore, solo la voglia di arrivare, di ricominciare a vivere, di fuggire una volta per tutte dalle guerre e dalla fame. Quando finalmente abbiamo toccato il suolo dell’isola siciliana ci sentivamo confusi, impauriti.. Io non capivo una parola di Italiano, non sapevo dove guardare e cosa fare.. La protezione civile diede a tutti una tazza di thè caldo per riscaldarci, mentre la polizia ci metteva in fila indiana e ci riforniva di coperte pesanti. Il mio unico pensiero era rivolto alla mia famiglia, a mio padre rimasto in Liberia. Non sapevo se essere felice o triste.. Vedemmo arrivare dei grossi e lunghi pullman, colorati di nero, con i finestrini oscurati. Stanchi e impauriti salimmo tutti a bordo. Non vedevo l’ora di sedermi su qualcosa di comodo e morbido.. Ci portarono nelle case accoglienza per profughi dell’isola, a pochi kilometri di distanza dal porto. Il vento gelido che soffiava forte ci tagliava il volto. Scendemmo tutti dal pullman e  uno dietro l’altro entrammo in questo grande casermone. Ricordo le stanze da letto, erano tutte bianche,vuote.. entrai nella mia, c’erano cinque letti, tutti occupati da altri profughi. Mi sembrava di vivere in una galera. Non sapevo quanto ci avrebbero tenuti in quel posto, ma non volevo rimanerci per sempre. Nei giorni seguenti feci conoscenza con alcuni profughi venuti dal Senegal, mi raccontarono il loro viaggio impetuoso e ricco di difficoltà per arrivare qui in Italia, senza cibo e ammassati in un peschereccio di pochi metri e mal ridotto. Tutti eravamo figli della povertà, tutti con lo stesso identico desiderio, scappare il più lontano possibile. Chi in Germania, chi in Francia, in Olanda. Io invece volevo rimanere in Italia, ho sempre sognato di vivere in questo bellissimo paese, avere una bella casa e coltivare il mio piccolo orto.. Dopo più di due mesi dal mio arrivo a Lampedusa mi trovavo ancora dentro la casa famiglia, ancora profugo di me stesso.. Le giornate erano lunghe, guardavo fisso all’orizzonte, pregando e ammirando il dolce mare.  Ricordo benissimo il 24 Febbraio, era un Sabato, alcuni dei profughi rifugiati nel campo, alla notizia che saremmo stati rimpatriati,  fecero scoppiare una vera e propria rivolta popolare, diedero alla fiamme alcuni capannoni e saccheggiarono la mensa. La polizia non ci mise molto ad arrivare.. Pensai che quello era il momento giusto per scappare dal centro, nessuno mi avrebbe visto. Chi urlava, chi dava alle fiamme, a me non avrebbe fatto caso nessuno.. Notai una fessura larga circa un metro nel filo di ferro che mi separava dalla libertà, senza farmi vedere, lentamente mi infilai al suo interno fino ad uscirne fuori.  Varcai la soglia della felicità! Una volta all’esterno della casa famiglia presi a correre il più velocemente possibile, senza mai voltarmi alle spalle. La mia corsa non durò molto, dopo pochi metri la polizia mi fermò. Erano quattro poliziotti, tenaci, robusti. Uno di loro mi bloccò le gambe come in un placcaggio di rugby, gli altri mi  bloccarono braccia e testa. Rimasi immobile.. Mi dissero che per me era finita, una volta rientrato nel campo sarei stato denunciato e  immediatamente rimpatriato nel mio paese con tutti gli altri negri che avevo causato i disordini e dato alle fiamme i locali del campo. Non volevo crederci, avevo speso tutto quello che mi ero messo da parte per venire in Italia, non potevo pensare che sarei tornato in Liberia a fare la fame.. Decisi di infrangere un ultima regola, dovevo prendere in ostaggio un poliziotto, solo così avrei potuto fuggire lontano.. Guardai fisso negli lo sbirro che mi stava sulla destra e che mi teneva il braccio, feci finta di star male, mi gettai a terra urlando e piegandomi come se avessi dei dolori fortissimi allo stomaco. Lui si abbassò per verificare le mie condizioni ed io gli sfilai l’arma dalla custodia. Gli misi il mio braccio intorno al collo e gli puntai la pistola alla tempia, minacciando agli altri tre poliziotti di gettare le armi altrimenti avrei ucciso il loro collega.. Indietreggiai a piccoli passi tenendo bloccato il poliziotto. Cosa mi passava per la testa in quegli istanti di terrore, non lo sapevo, sentivo però adrenalina pura nelle mie vene.. I colleghi dello sbirro che tenevo in ostaggio gettarono le pistole sulla ghiaia che circondava la collina alle spalle della casa famiglia, mi urlavano di stare tranquillo, di non fare stronzate.. Non potevo tirarmi indietro, dovevo andare avanti.. Dissi alle guardie di tenersi a debita distanza e di sdraiarsi tenendo gli occhi chiusi.. Lo fecero.. In quell’istante sparai un colpo in aria, con una spinta buttai in ginocchio il poliziotto, che impaurito abbassò la testa e mi lasciò fuggire.. Corsi il più velocemente possibile, non sapevo dove ma corsi.. La pistola decisi che non mi serviva più, la nascosi dietro una roccia e la ricoprii di foglie. Dopo qualche kilometro vidi un ragazzo, mi avvicinai.. Era anche lui uno di quelli fuggito dal campo. La polizia mi stava sicuramente cercando, dovevo trovare un imbarcazione che mi portasse in Sicilia e dovevo fare anche in fretta perché l’isola di Lampedusa è molto piccola e non ci avrebbero messo tanto a trovarmi. Gli chiesi dove potevo trovare qualcuno che mi aiutasse.. Il profugo disse dall’altra parte dell’isola c’era un uomo che mi poteva aiutare, dovevo solo dargli una mancia di cento euro e lui mi avrebbe portato ad Agrigento.. Con me non avevo un soldo, ma al collo avevo una collanina d’oro che mia nonna mi regalò prima di morire. Era molto importante per me, ma non ci pensai due volte. Raccomandai buona fortuna al ragazzo e corsi dall’uomo che mi avrebbe aiutato..  Arrivai da lui, all’inizio per trovarlo dovetti chiedere ad alcuni signori seduti in un bar, mi dissero che l’avrei trovato alla spiaggia, era un uomo con una barba bianca lunga e portava un cappello da vecchio marinaio.  Gli domandai se poteva accompagnarmi ad Agrigento e gli dissi che non avevo un soldo ma solamente una catenina d’oro. La prese tra le sue grandi mano e la osservò attentamente. Con un cenno della testa mi fece capire che poteva accompagnarmi.. Si intascò la catenina e mi indicò una piccola grotta dove secondo lui avrei dovuto nascondermi e aspettare.. Ci andai. Mi nascosi, in attesa di sapere qualcosa.. Vennero altri cinque ragazzi scappati anche loro dal campo, ora si poteva partire.. L’uomo dalla barba bianca non parlava, nel suo sguardo sembrava esserci solo disprezzo nei nostri confronti, faceva questo solo per arrotondare il suo stipendio. Capimmo che una volta saliti su quella barca, nessuno ci avrebbe più fermato.. Ci ordinò di stare in silenzio, di non muoverci.. Con dei gesti irruenti ci fece sdraiare a terra e ci mise delle coperte addossò, in modo da nasconderci per bene.. Finalmente dopo circa venti minuti partimmo e ancora mare davanti a noi.. Il viaggio non durò molto, dovemmo solo aspettare il buio per poter giungere la riva. L’imbarcazione arrivò a cinquanta metri dalla spiaggia e l’uomo che fino a quel momento non aveva mai parlato, ci ordinò di scendere immediatamente. Era notte fonda e finalmente ero arrivato sulla terra ferma.. Le luci della città erano tutte assopite e finalmente ero libero nella notte, libero di vivere, libero di cominciare a sognare.. Sono passati dieci anni dal mio arrivo in Italia,in questi anni ho conosciuto la galera, la rabbia, il razzismo, una fame diversa da quella del mio paese, ma nessuno potrà mai fermare il mio lungo viaggio verso la libertà.